La giornata di oggi ha avuto il sapore dolceamaro dei passaggi rapidi, quelli che segnano il confine netto tra il dovere e la libertà. Tutto è iniziato alle 12:00 precise, davanti ai cancelli della scuola. Nadia è uscita, ha chiuso la porta della routine alle sue spalle ed è salita in auto. Non c’era tempo per i lunghi preparativi domestici; il viaggio chiamava già con una certa urgenza. Così, la prima tappa è stata un contrasto cromatico e gastronomico: il rigore dei banchi sostituito dai colori vivaci di un ristorante di sushi. Un pranzo veloce, quasi un rito di passaggio moderno prima di abbandonare la stasi della città per il movimento della strada.
Alle 13:30, il vero “cambio di pelle”. Arrivati al rimessaggio, l’auto è stata parcheggiata, quasi dimenticata, per dare vita al gigante di casa: il camper. C’è sempre un’emozione particolare nel sentire il motore del camper che si scalda; è il suono che ufficializza l’inizio dell’avventura. Pochi minuti dopo, eravamo già inghiottiti dal nastro asfalto dell’autostrada, puntando la prua verso Bologna.
Il viaggio è scivolato via fluido, scandito dal ritmo dei chilometri che restavano indietro. A Parma, una sosta tecnica ma necessaria: l’autogrill. Non per il cibo, ma per quel caffè che serve a rimettere a fuoco l’attenzione e a godersi il rituale della sosta in viaggio, dove il tempo sembra sospeso tra quello che hai lasciato e quello che ti aspetta. Abbiamo proseguito, superando Bologna e dirigendoci verso Firenze. Ma il vero viaggio, quello dell’anima, è iniziato quando abbiamo deciso di abbandonare l’autostrada.
Ci siamo infilati nelle strade statali, quelle che non hanno fretta e che accarezzano i fianchi delle colline. La salita verso il Passo della Futa è stata un crescendo di panorami e di aria che si faceva via via più sottile e frizzante. Le curve dell’Appennino tosco-emiliano hanno quel potere magico di allontanare i pensieri pesanti. La strada che sale alla Futa è una delle più iconiche d’Italia, un nastro di storia e natura che ci ha condotti, curva dopo curva, fino a Santa Lucia.
Ora siamo qui, parcheggiati per la notte. Il silenzio della montagna ha preso il posto del rumore del traffico. Non c’è stata voglia di cucinare, né bisogno di cerimonie. La fame vera era quella di pace, non di cibo. Ci siamo limitati a gustare un pezzo di fontina d’Aosta, senza nemmeno apparecchiare, in quel modo così autentico e libero che solo la vita in camper permette. Un pezzo di formaggio, un po’ di relax e il buio che avvolge il mezzo. Fuori, l’Appennino veglia su di noi; dentro, c’è solo la soddisfazione di essere esattamente dove volevamo essere. Il viaggio è appena iniziato, e il domani è un foglio ancora bianco che aspetta di essere scritto dopo una notte di meritato riposo.
